TERMINE PER L’IMPUGNAZIONE DEL RICONOSCIMENTO DELLO STATO DI FIGLIO

Con sentenza n. 133 del 25 giugno 2021, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 263, comma III, c.c. nella parte in cui non prevede che, per l’autore del riconoscimento, il termine annuale entro il quale è possibile proporre l’azione di impugnazione decorra dal giorno in cui ha avuto conoscenza della non paternità biologica.

Più nel dettaglio, la questione di costituzionalità di tale norma è stata sollevata dal giudice del tribunale di Trento, il quale era stato chiamato a pronunciarsi sul giudizio di impugnazione promosso da un padre che aveva scoperto di non essere il genitore biologico della propria figlia minore dopo essersi sottoposto agli esami ematici, a seguito della rivelazione della madre della minore di aver avuto una relazione sentimentale con un altro uomo al tempo del concepimento. La dichiarazione della madre si colloca temporalmente circa otto anni dopo il riconoscimento della minore da parte dell’attore, avvenuto contestualmente alla nascita, e dunque ben oltre i termini previsti dalla disciplina codicistica entro i quali risulta possibile esercitare l’azione di cui all’art. 263 c.c.

Il giudice rimettente chiedeva dunque l’intervento della Consulta, alla luce dell’impossibilità di un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, dato il carattere stringente del dato letterale della disposizione normativa, che prevede l’impossibilità di esercitare l’azione trascorso un anno dal giorno dell’annotazione del riconoscimento sull’atto di nascita o dal giorno della scoperta della propria impotenza e, in ogni caso, non oltre cinque anni dalla suddetta annotazione.

In particolare, a parere del Tribunale, la norma poneva dubbi di legittimità con riferimento alla previsione dei termini di decadenza per l’esercizio dell’azione e pertanto doveva essere censurata in quanto in frizione con gli artt. 3, 76, nonché 117 primo comma Cost in relazione all’art. 8 CEDU.

Il contrasto con l’art. 3 Cost. veniva poi rilevato sotto un duplice profilo, in quanto l’art. 263 c.c, facendo decorrere il termine per l’impugnazione dal giorno in cui l’autore del riconoscimento avrebbe avuto conoscenza della propria impotenza o dal giorno del riconoscimento, escluderebbe tutte le ipotesi di scoperta della non paternità per altri motivi, in tal modo creando una disparità di trattamento fra situazioni omogenee. Con riguardo al secondo profilo invece, la norma codicistica non sarebbe coerente con l’art. 244 c.c., la quale ultima consente invece al padre di provare vari fatti, tra cui l’adulterio, mentre le ipotesi diverse dall’impotenza non sono contemplate nell’art. 263 c.c. Tale differente previsione creerebbe pertanto una disparità di trattamento tra i figli nati all’interno del matrimonio e quelli naturali, rendendo più stabile lo status filiationis in quest’ultimo caso.

La norma censurata, ad avviso del giudice rimettente, si porrebbe poi in contrasto con l’art. 76 Cost. per eccesso di delega rispetto all’art. 2, comma I, della legge 10 dicembre 2012 n. 219 e, da ultimo, con l’art. 117, comma I, Cost. in relazione al parametro interposto di cui all’art. 8 CEDU poiché la giurisprudenza di Strasburgo imporrebbe l’esigenza di bilanciare, conformemente al principio di proporzionalità, l’interesse al rispetto della vita privata e familiare con altre istanze altrettanto meritevoli, non prevedendo limiti che a priori circoscrivano il diritto alla contestazione della paternità.

Prima di esplicitare le motivazioni della Corte Costituzionale che hanno portato alla parziale declaratoria di incostituzionalità menzionata all’inizio del presente scritto, merita osservare come la vicenda in esame si collochi all’interno di un quadro normativo mutato dall’ultima riforma concernente lo stato di figlio.

Si precisa infatti come la suddetta illegittimità costituzionale sia stata pronunciata in un contesto normativo come risultante dal D.Lgs. 154/2013, nonché dalle successive pronunce della stessa Consulta. La riforma legislativa, seppur conservando la distinzione fra le azioni di stato, ha perseguito l’obiettivo di unificare lo stato di figlio, eliminando le discriminazioni tra figli nati in costanza di matrimonio e figli naturali, nel rispetto dell’art. 30 della Costituzione, mentre le successive pronunce della Corte Costituzionale hanno fornito un importante contributo interpretativo, precisando la necessaria sussistenza di uno spazio di bilanciamento in concreto tra i vari interessi in gioco.

A tali pronunce deve dunque aggiungersi la sentenza in esame, la quale si qualifica come un’ulteriore tappa nella disciplina della filiazione e nell’evoluzione delle azioni di stato.

Tornando al contenuto di tale statuizione, la Corte Costituzionale rileva come la previsione del decorso del termine decadenziale annuale dal giorno della scoperta dell’impotenza o da quello dell’annotazione del riconoscimento nell’atto di nascita sia in contrasto con l’art. 3 Cost., in quanto sarebbe irragionevole negare l’azione a coloro i quali, al tempo del riconoscimento, non erano a conoscenza di un elemento costitutivo dell’azione. La Corte osserva infatti che: “..l’art. 263 cod.civ. regola qualsivoglia ipotesi di violazione per difetto di veridicità..mentre può ritenersi non irragionevole che il termine annuale decorra dall’annotazione del riconoscimento per chi abbia posto in essere l’atto nella consapevolezza della non paternità biologica, per converso, evidenzia una palese irragionevolezza far decorrere il medesimo termine dall’annotazione del riconoscimento, per chi ignorasse il difetto di veridicità, limitando la possibilità di far valere la decorrenza del termine dalla scoperta della non paternità alla sola ipotesi dell’impotenza”, concludendo, come si è detto, per la declaratoria di incostituzionalità dell’art. 263, comma III, c.c., nella parte in cui non prevede che il dies a quo del termine decorra dal giorno in cui colui che propone l’impugnazione abbia avuto conoscenza della non paternità tout court.

La Consulta ritiene invece conforme a costituzione il termine quinquennale, rilevando che: “Un così lungo decorso del tempo ..radica il legame familiare e sposta il peso assiologico, nel bilanciamento attuato dalla norma, sul consolidamento dello status filiationis, in una maniera tale da giustificare che la prevalenza di tale interesse sia risolta in via automatica dalla fattispecie normativa”.

Dichiara poi infondata la questione di costituzionalità, con riferimento all’ipotetica frizione con la CEDU, in virtù della discrezionalità legislativa nel valutare il bilanciamento dei contrapposti interessi.

Infine, non rileva neppure profili di incostituzionalità con riguardo all’art. 76 Cost., in quanto tale ultima“..previsione ..non osta all’emanazione, da parte del legislatore delegato, di norme che rappresentino un coerente sviluppo e un completamento delle scelte espresse dal legislatore delegante, dovendosi escludere che la funzione del primo sia limitata ad una mera scansione linguistica di previsioni stabilite dal secondo”, come è accaduto nel caso di specie.