SEPARAZIONE E DIVORZIO: VALIDI GLI ACCORDI SUI TRASFERIMENTI DI PROPRIETA’

Con una recente pronuncia a Sezioni Unite, depositata il 31 agosto 2021 (Cass. sez. Unite civili n. 25798/2021) la Suprema Corte ha risolto il contrasto emerso in dottrina e giurisprudenza in materia di ammissibilità dell’inserimento di clausole che prevedano il trasferimento di bene nell’ambito dell’accordo di separazione e di divorzio a domanda congiunta.

In ambito dottrinale, alcuni autori hanno infatti sostenuto che gli accordi di separazione consensuale e di divorzio congiunto debbano necessariamente assumere un contenuto tipico, consistente nelle sole previsioni che attengono alla responsabilità genitoriale, all’assegnazione della casa coniugale e al mantenimento dei figli minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti ed eventualmente del coniuge. Altri eventuali contenuti non sarebbero ritenuti ammissibili da questo orientamento. Tale interpretazione restrittiva è basata sul tenore letterale dell’art. 4 comma 16 l. divorzio che, con riferimento al contenuto della domanda congiunta, menziona unicamente le condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici mentre, per quel che concerne la separazione consensuale, si basa sul dato letterale degli articoli 158 c.c., 710 c.c. e 711 c.c., disposizioni che citano il solo accordo dei coniugi relativamente al mantenimento dei figli e ai provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti alla separazione.

Alla tesi che esclude i trasferimenti immobiliari, si contrappone altra dottrina che invece valuta unitariamente tutte le condizioni di separazione o divorzio, attribuendo alle stesse carattere tipico, in un’ottica di negoziazione complessiva dei rapporti scaturenti dalla crisi coniugale.

Tra queste due posizioni si colloca infine quella parte di autori che, pur ritenendo astrattamente valido un accordo traslativo in tali sedi, ritiene più garantistico optare per una procedura bifasica, consistente nella possibilità di inserire clausole obbligatorie, non immediatamente traslative, al fine di evitare il rischio di errori invalidanti.

In linea con tale ultima posizione dottrinale si colloca la giurisprudenza di merito maggioritaria. Basandosi sulla distinzione tra contenuto necessario e contenuto eventuale degli accordi di separazione o divorzio congiunto, alcune pronunce ritengono infatti che clausole contenenti accordi diversi da quelli strettamente necessari posti al vaglio del giudice, consistenti nelle sole previsioni attinenti al mantenimento, all’assegnazione della casa coniugale e ai provvedimenti riferiti ai coniugi, possano essere previste solo in via obbligatoria. A sostegno di tale assunto viene invocato l’art. 29, comma 1bis, della legge n. 52 del 1985, che demanda al notaio il compito della individuazione e della verifica catastale nella fase della stesura degli atti traslativi.

Una pronuncia della Corte di Cassazione del 1997 (Cass. civ. n. 4306 del 15/05/1997) ha invece inaugurato un diverso orientamento di legittimità, seguìto da alcune pronunce delle corti di merito, che opta per la possibilità di prevedere clausole dell’accordo di separazione che trasferiscano o riconoscano la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, precisando che l’accordo inserito nel verbale di udienza assume forma di atto pubblico ai sensi dell’art. 2699 c.c., dopo l’omologazione che lo rende titolo idoneo alla trascrizione. Alcune sentenze successive hanno poi implicitamente confermato l’ammissibilità di tali disposizioni con riferimento all’esperibilità dell’azione revocatoria, in particolare sancendo l’utile esperimento di quest’ultima avverso il trasferimento immobiliare concordato in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto. Ancora, altre pronunce, rievocando la dicotomia tra contenuto necessario e occasionale degli accordi di separazione o di divorzio congiunto, hanno sancito la possibilità di effettuare trasferimenti o riconoscimenti a carattere reale, equiparandoli sotto il profilo della forma e del contenuto alle cessioni di immobili abitativi perfezionate con atto notarile.

In tale contesto giurisprudenziale e dottrinale, le Sezioni Unite, con la recente sentenza oggetto del presente scritto, mettono il punto sulla vexata quaestio, ritenendo che “l’orientamento secondo il quale in sede di divorzio congiunto e di separazione consensuale siano ammissibili accordi tra le parti, che non si limitino all’assunzione di un mero obbligo preliminare, ma attuino in via diretta e immediata il trasferimento della proprietà di beni o di altro diritto reale sugli stessi, meriti di essere condiviso e confermato”.

A sostegno di tale assunto la Suprema Corte sancisce la natura negoziale di tali previsioni, su cui il giudice può esercitare solo un controllo esterno, in tal modo superando la concezione che riteneva preminente un interesse superiore e trascendente della famiglia unitariamente intesa rispetto ai singoli componenti della stessa. La natura negoziale delle clausole in esame implica quindi che le stesse siano equiparabili a pattuizioni atipiche in virtù dell’art. 1322, comma 2, c.c. e che pertanto “nessun sindacato può esercitare il giudice del divorzio sulle pattuizioni stipulate dalle parti, e riprodotte nel verbale di separazione. Come del resto -sul piano generale- il giudice non può sindacare qualsiasi accordo di natura contrattuale privato .. libere essendo le parti di determinarne direttamente il contenuto”. A conferma di tale lettura, le Sezioni Unite aggiungono che “una restrizione dell’autonomia, per di più in presenza di una situazione di crisi coniugale che impone, anche sul piano solidaristico, una soluzione il più celere possibile quanto meno delle questioni economiche ..non può ritenersi condivisibile”.

La Suprema Corte si occupa poi della principale argomentazione a sostegno della tesi contraria, affermando che la disposizione dell’art. 29, comma 1bis, l. 52 del 1985, che così recita: “Gli atti pubblici e le scritture private autenticate tra vivi aventi ad oggetto il trasferimento, la costituzione o lo scioglimento di comunione di diritti reali su fabbricati già esistenti..devono contenere, per le unità immobiliari urbane, a pena di nullità, oltre all’identificazione catastale, il riferimento alle planimetrie depositate in catasto e la dichiarazione, resa in atti dagli intestatari, della conformità allo stato di fatto dei dati catastali e delle planimetrie, sulla base delle disposizioni vigenti.. la predetta dichiarazione può essere sostituita da un’attestazione di conformità rilasciata da un tecnico abilitato.. prima della stipula dei predetti atti ilo notaio individua gli intestatari catastali e verifica la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari”, àncora la nullità sulla mancanza nell’atto dell’identificazione catastale, delle planimetrie depositate in catasto e della dichiarazione di conformità. Ad avviso della Corte, si tratta di una nullità testuale, oggettiva, che quindi determina l’invalidità dell’atto per la sua sola mancanza. Ciò significa che risulta irrilevante il soggetto che compie l’accertamento. Da ultimo, la sentenza in esame precisa come vi sia un’unica parte della norma che fa espresso riferimento alla figura del notaio, la quale non è tuttavia colpita da nullità.

Da ciò si evince dunque che gli incombenti connessi alla verifica della coincidenza dell’intestatario catastale con il soggetto risultante dai registri immobiliari ben possono essere esperiti da un ausiliario del giudice, sulla base della documentazione prodotta dalle parti.