RICONOSCIMENTO DELLA TUTELA PREVIDENZIALE DELLA MALATTIA PER IL LAVORATORE IN ISOLAMENTO FIDUCIARIO CAUSA COVID-19

Ad integrazione dell’articolo pubblicato in data 20/10/2020 ed intitolato “Novità in ambito di tutele previdenziali causa Covid-19”, pare opportuno affrontare ora la specifica ed ulteriore questione relativa all’eventuale riconoscimento della tutela previdenziale della malattia in favore del lavoratore che, venuto a contatto diretto con una persona risultata positiva al tampone Covid-19, debba osservare un periodo di isolamento fiduciario presso il proprio domicilio.

Al riguardo, va ribadito in primo luogo quanto già evidenziato nel precedente parere, vale a dire che, ai fini del riconoscimento della tutela in esame, il primo elemento da prendere in considerazione è la presenza o meno di specifici accordi tra il datore di lavoro ed il dipendente che consentano a quest’ultimo di continuare a prestare la propria attività da remoto (c.d. smart working o lavoro agile). In caso affermativo, il lavoratore non avrà diritto alla tutela in esame in quanto non è configurabile in concreto una sospensione dall’esercizio dell’attività lavorativa. Ciò è quanto emerge, in sintesi, dal messaggio INPS n. 3653 del 9/10/2020 laddove si legge che “non è possibile ricorrere alla tutela previdenziale della malattia (…) nei casi in cui il lavoratore in quarantena (…) continui a svolgere, sulla base degli accordi con il proprio datore di lavoro, l’attività lavorativa presso il proprio domicilio, mediante le citate forme di lavoro alternative alla presenza in ufficio. In tale circostanza, infatti, non ha luogo la sospensione dell’attività lavorativa con la correlata retribuzione”.

Più complesso, invece, è il caso in cui non siano intervenuti tra le parti accordi di questo tipo e/o la specifica mansione ricoperta dal lavoratore non consenta a quest’ultimo di prestare la propria attività lavorativa da remoto. In tale eventualità, in base alla normativa vigente (ci si riferisce, in particolare, all’art. 26 del D.L. 17 marzo 2020, n. 18) ed alle precisazioni recentemente fornite dall’INPS, si evince la possibilità per il lavoratore dipendente di accedere alla tutela previdenziale della malattia purchè la misura dell’isolamento domiciliare fiduciario sia stata disposta da un provvedimento dell’autorità sanitaria. Ciò in quanto, nel messaggio datato 9/10/2020, l’INPS ha chiarito come le misure di tutela di cui all’art. 26, comma 1, D.L. n. 18/2020 (vale a dire la quarantena e l’isolamento fiduciario) presuppongano necessariamente, ai fini della loro equiparazione alla malattia, un provvedimento dell’operatore di sanità pubblica, non essendo sufficiente a tal fine un’attestazione da parte del solo medico curante.

Inoltre, l’art. 26, comma 3, del D.L. 18/2020, stabilisce che “per i periodi di cui al comma 1 (ovvero il periodo trascorso in quarantena o in permanenza domiciliare fiduciaria) il medico curante redige il certificato di malattia con gli estremi del provvedimento che ha dato origine alla quarantena con sorveglianza attiva o alla permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva”.

Un’ulteriore conferma di tale assunto si rinviene nel messaggio INPS n. 3871, datato 23/10/2020, laddove si legge che l’equiparazione della quarantena alla malattia “viene riconosciuta a fronte di un procedimento di natura sanitaria, dal quale non è possibile prescindere”, con obbligo per il lavoratore “di produrre idonea certificazione sanitaria, come attestato dal comma 3 del medesimo articolo 26”.

Alla luce del quadro normativo cosi’ delineato, è dunque possibile affermare, in conclusione, che il lavoratore dipendente, il quale si trovi in isolamento domiciliare fiduciario per contatto diretto con una persona risultata positiva al Covid-19, possa accedere alla tutela previdenziale della malattia in assenza di accordi specifici con il proprio datore di lavoro in materia di smart working.

A tal fine, il lavoratore avrà l’onere di produrre il relativo certificato, attestante il periodo trascorso in isolamento fiduciario o in quarantena, nel quale il medico curante dovrà indicare gli estremi del provvedimento emesso dall’operatore di sanità pubblica.