PARTO ANONIMO E DIRITTO A CONOSCERE LE PROPRIE ORIGINI: UN DELICATO BILANCIAMENTO

Il diritto della donna di partorire in sicurezza mantenendo l’anonimato rappresenta un interesse che inevitabilmente si contrappone a quello del figlio non riconosciuto di poter conoscere le proprie origini, esigenza dettata dalla necessità di avere completa contezza della propria identità, in un’ottica di affermazione di sé.

Tale bilanciamento di interessi contrapposti, avente ad oggetto diritti entrambi fondamentali, è stato nuovamente oggetto di attenzione da parte della Prima sezione della Corte di Cassazione, con la recente pronuncia n. 22497 del 9 agosto 2021 che, in linea con la sentenza a Sezioni Unite n. 1946 del 2017, ha confermato come la persistenza della volontà della partoriente di rimanere anonima si qualifichi quale interesse prevalente rispetto a quello del figlio di conoscere l’identità della madre e come l’esercizio del diritto di interpello vada esercitato secondo modalità tali da proteggere la dignità della madre, in un’ottica di salvaguardia della salute della donna e della sua condizione personale e familiare. La pronuncia assume poi rilievo in quanto sancisce la possibilità da parte del figlio di accedere alle informazioni sanitarie sulla salute della madre, allo scopo di verificare la sussistenza di eventuali patologie ereditarie trasmissibili, diritto di accesso esercitabile indipendentemente dalla volontà della partoriente e anche prima della sua morte, purché ne sia garantito l’anonimato “erga omnes”, e quindi anche nei confronti del figlio.

La pronuncia della Prima sezione della Corte di Cassazione si colloca in un quadro normativo e giurisprudenziale che è stato oggetto di rivisitazioni e ripensamenti.

Più nel dettaglio, il diritto a conoscere le proprie origini ha ricevuto cittadinanza nel nostro ordinamento dapprima con la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo (ratificata con l. n. 176 del 1991), e successivamente con la Convenzione dell’Aja sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale (ratificata con l. n. 476 del 1998).

A seguito dell’impegno assunto a livello internazionale è stata quindi modificata la normativa interna (in particolare l’art. 28 della l. n. 184 del 1983 ad opera della l. n. 149 del 2001, recante la “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”, nonché il titolo VIII del libro primo del codice civile). Nel rinnovato contesto normativo è stato conservato il divieto di ogni riferimento all’adozione nelle attestazioni dello stato civile ed è stato consentito all’adottato che abbia raggiunto l’età di venticinque anni (o la maggiore età in caso di comprovati motivi attinenti alla salute psico-fisica) di accedere, seppur in presenza di specifiche condizioni, alle informazioni che riguardano la sua origine e l’identità dei genitori biologici, previa assunzione di tutte le informazioni di natura sociale e psicologica, mediante l’audizione dei soggetti coinvolti, e qualora ciò non comporti grave turbamento all’equilibrio psico-fisico del richiedente. Successive modifiche poste in essere dalla menzionata legge n. 149 del 2001 hanno poi stabilito il diniego all’accesso alle informazioni nel caso in cui l’adottato non sia stato riconosciuto alla nascita dalla madre naturale o qualora anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di avvalersi dell’anonimato, o abbia manifestato il consenso all’adozione a condizione di rimanere anonimo.

Tale ultima modifica ha suscitato diversi dubbi interpretativi, in quanto si è obiettato che la soluzione adottata del divieto di accesso alle informazioni nel caso di mancato riconoscimento del figlio da parte della madre sia stata una scelta legislativa eccessivamente rigida, non essendo mitigata dalla possibilità di un eventuale ripensamento. Nonostante tali obiezioni, il diritto all’anonimato è stato confermato sia dall’art. 30 D.P.R. n. 396 del 2000 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile), sia dall’art. 93, comma 2 e 3, d.lgs. n. 196 del 2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali), ove è stabilito che l’accesso al certificato di assistenza del parto e alla cartella clinica, se contenenti i dati personali che rendono identificabile la madre che abbia voluto partorire in anonimato, risulta possibile unicamente trascorsi cento anni dalla formazione dello stesso. La possibilità di conoscere il contenuto di tale documentazione in un tempo precedente sarebbe invece possibile solo nel caso in cui sia evitabile l’identificazione della partoriente. In senso conforme è stato poi modificato anche l’art. 28 della legge n. n. 184 del 1983, con l. n. 196/2003.

Al prospettato quadro normativo, si aggiungono inoltre diversi interventi giurisprudenziali.

Con la sentenza di declaratoria di illegittimità costituzionale cd. additiva di principio n. 278 del 2013, la Consulta ha infatti introdotto la possibilità per il figlio di chiedere al giudice di interpellare la madre ai fini della revoca della dichiarazione di anonimato, in tal modo facendo venir meno l’assolutezza della tutela dell’anonimato della madre naturale. In tale sentenza, la Corte Costituzionale ha tuttavia precisato la necessità che le modalità dell’interpello vengano definite secondo “un procedimento stabilito dalla legge, che assicuri la massima riservatezza”, in ordine alla verifica da effettuare.

Tale declaratoria di incostituzionalità non ha portato all’auspicato intervento legislativo, nonostante in argomento sia altresì intervenuta la Corte di Strasburgo, che con sentenza del 25/09/2012 (Godelli c. Italia), pur riconoscendo il diritto della donna di partorire nell’anonimato, e dunque la legittimità del limite all’accesso alle informazioni sull’identità della madre biologica dell’adottato, ha riscontrato la violazione da parte della normativa italiana dell’art. 8 CEDU, identificabile nell’assenza di una previsione volta a consentire un adeguato bilanciamento dei contrapposti diritti fondamentali in gioco. L’art. 8 CEDU sancisce infatti il diritto al rispetto della vita privata e familiare, di cui il rispetto all’identità personale, e in particolare nella possibilità di conoscere le proprie origini o di acquisire informazioni al riguardo, ne è espressione.

Alla pronuncia della Consulta è poi seguita la sentenza n. 15024 del 2016, in cui è stato sancito il diritto del figlio di accedere alle informazioni concernenti le proprie origini biologiche dopo la morte della madre, non potendosi ritenere in tal caso prevalente l’interesse della madre all’anonimato, considerando peraltro in tale ipotesi l’impossibilità di revocare il diniego alla propria identificazione tramite interpello.

Un ulteriore intervento giurisprudenziale si è infine avuto con la sentenza a Sezioni Unite n. 1946 del 2017 sulla cui scia, come si è detto, si colloca la sentenza in esame. Nel 2017 la Corte si è pronunciata in ordine alla possibilità per il giudice di interpellare la partoriente, su richiesta del figlio, al fine di chiedere la conferma o la revoca della scelta dell’anonimato, con la precisazione che, in caso di diniego da parte della madre naturale al ripensamento in ordine alla scelta di non rivelare la propria identità, il diritto del figlio a conoscere le proprie origini dovrebbe soccombere.

In tale contesto si colloca quindi la sentenza dell’agosto 2021, ove la Prima sezione effettua un distinguo fra il diritto a conoscere le proprie origini e l’ipotesi in cui le informazioni richieste siano di carattere sanitario, riguardino le anamnesi familiari, fisiologiche e patologiche, e in particolare l’accertamento dell’eventuale presenza di malattie ereditarie trasmissibili. Ivi si afferma che: “..Il diritto alla conoscenza biologica delle proprie origini segue una logica anzitutto identitaria, rappresentando quello all’identità personale un diritto fondamentale riconosciuto a ciascun essere umano, ma può nascere anche da un bisogno di salvaguardia della salute e della vita del richiedente, sotteso alla necessità di individuare, ad esempio, particolari patologie di tipo genetico, per le quali sia necessaria un’anamnesi familiare”. La Corte chiarisce infine come in tal caso debba prevalere il superiore interesse alla tutela della vita, della salute del figlio adottato o di un suo discendente, precisando tuttavia come non vada trascurato che “il diritto va(da) garantito, con modalità tali, però, da tutelare l’anonimato della donna erga omnes, anche verso il figlio”. La richiesta di conoscere il contenuto della cartella clinica della partoriente è quindi suscettibile di trovare seguito con riferimento alle sole informazioni sanitarie, “osservando le opportune cautele per evitare che quest’ultima sia identificabile”.