L’ASSEGNO DI MANTENIMENTO AL FIGLIO MAGGIORENNE

Con il presente scritto si pone all’attenzione del lettore una recente ordinanza della Corte di Cassazione, la 30/03/2021-02/07/2021 n. 18785, la quale è tornata sulla spinosa questione dell’assegno di mantenimento al figlio maggiorenne, posto a carico del genitore non convivente.

Più nel dettaglio, con tale pronuncia, la Suprema Corte chiarisce come la possibilità di revoca dell’assegno di mantenimento a favore del figlio maggiorenne sia realizzabile non solo quando quest’ultimo abbia iniziato un’attività lavorativa, ma anche nel caso in cui questi, pur non avendo trovato un’occupazione, non abbia raggiunto l’autosufficienza reddituale per colpa, e dunque per negligenza, inettitudine o trascuratezza.

Del resto, l’obbligo di mantenimento può venire meno anche quando il figlio non abbia raggiunto l’indipendenza economica, a causa della mancanza di impegno nel realizzare un progetto formativo volto all’acquisizione di competenze professionali o qualora subentrino fattori oggettivi contingenti o strutturali dati dall’andamento dell’occupazione e dal mercato del lavoro.

Nel caso sottoposto alla Corte di Cassazione, oggetto dell’ordinanza di cui si discute, nei precedenti gradi di giudizio, un padre otteneva la revoca dell’assegno di mantenimento per la figlia maggiorenne, ritenuta dai giudici di merito inerte nel cercare occupazione, oltre che poco idonea allo studio, nonché poco incline a voler proseguire l’attività paterna.

Il ricorrente otteneva altresì la revoca dell’assegno di mantenimento posto a suo carico in favore dell’ex moglie, la quale aveva intrapreso una convivenza more uxorio, ostativa alla percezione dell’assegno divorzile.

Con riferimento all’assegno in favore della figlia, la Suprema Corte si pronuncia quindi conformemente ai giudici di merito, rilevando l’inerzia della giovane nel cercare un lavoro, nonché l’assenza di un progetto formativo, argomentando che, nei precedenti gradi di giudizio, era emerso come la stessa avesse rifiutato la proposta del padre di lavorare nella sua attività.

Con tale statuizione, l’organo di nomofiliachia, con riferimento alla mancanza di un progetto formativo, ha pertanto ribadito quanto già esplicitato da precedenti pronunce, che hanno affermato che “il diritto del figlio maggiorenne al mantenimento si giustifica all’interno e nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso formativo, tenendo conto delle sue capacità, inclinazioni e aspirazioni, considerato che la funzione educativa del mantenimento è nozione idonea a circoscrivere la portata dell’obbligo di mantenimento, sia in termini di contenuto, sia di durata, avendo riguardo al tempo occorrente e mediamente necessario per il suo inserimento nella società.” (Cass. 5088/2018; Cass. 12952/2016).

La giurisprudenza di legittimità afferma poi l’inidoneità dell’assegno di mantenimento per il figlio disoccupato ad assurgere a strumento assistenziale incondizionato e illimitato. Più nel dettaglio, la Suprema Corte chiarisce come “la strutturale impossibilità di acquisire una capacità reddituale idonea a garantire almeno il grado minimo di autosufficienza economica..confluisc[a] negli obblighi alimentari”.

L’analizzata pronuncia giurisprudenziale contribuisce pertanto al consolidamento del recente orientamento cui è approdato l’organo di nomofiliachia, secondo cui deve escludersi la corresponsione dell’assegno di mantenimento in favore dei figli maggiorenni qualora lo stesso di fatto svolga una funzione assistenziale e incondizionata, a beneficio di prole colpevolmente disoccupata.

I recenti precedenti della Suprema Corte, infatti, già ribadivano come la sussistenza del diritto del figlio maggiorenne alla percezione del contributo al mantenimento vada valutata caso per caso, mediante un accertamento fattuale basato su alcuni criteri cardine quali l’età anagrafica, la conclusione del percorso formativo conferente competenze professionali o tecniche, l’impegno nella ricerca di un’occupazione nonché, in generale, il comportamento del figlio successivo al raggiungimento della maggiore età.

In tali statuizioni, la giurisprudenza di legittimità precisava infine come il mancato raggiungimento dell’autosufficienza economica, superata l’età normalmente dedicata agli studi, sia indice sintomatico di inerzia colpevole del beneficiario dell’assegno, salvi specifici casi quali quelli attinenti a problemi di salute o situazioni peculiari.

Dirimente diventa pertanto il criterio dell’età, nonché l’inerzia colpevole nella ricerca di lavoro, a nulla rilevando lo stato di disoccupazione in sé e per sé considerato, in un’ottica di autoresponsabilità.