I PRESUPPOSTI DELLA PRONUNCIA SULLO STATO DI ABBANDONO DEL MINORE

Con la recente sentenza n. 35110 del 17 novembre 2021 la Corte di Cassazione a sezioni Unite ha chiarito i necessari presupposti per la pronuncia dello stato di abbandono ai fini della dichiarazione di adottabilità, in linea con il più recente orientamento di legittimità, nonché con la normativa e la giurisprudenza europea e internazionale.

Più nel dettaglio, la vicenda trae origine dal ricorso presentato in via principale dalla madre della minore dichiarata in stato di abbandono e poi adottabile, e in via incidentale dal padre.

Al fine di comprendere al meglio la questione, occorre preliminarmente riassumere le tappe della vicenda processuale.

Con decreto del novembre 2017, il Tribunale dei minorenni di Roma disponeva la sospensione della responsabilità genitoriale dei ricorrenti, sulla base del riscontro di reiterati atti di violenza promossi dal padre nei confronti della madre e dei figli di lei, nati da precedente unione e con loro conviventi. La sospensione della suddetta responsabilità anche nei confronti della madre veniva invece motivata sulla base del completo assoggettamento della stessa al marito. Venivano pertanto nominati i servizi sociali con la finalità di disporre accertamenti sulla personalità dei genitori e sulla salute psicofisica dei minori. Il Tribunale autorizzava inoltre i suddetti servizi a effettuare l’allontanamento urgente dei minori, in caso di riscontro di grave pregiudizio per questi ultimi.

A tale provvedimento ne seguiva un altro nel 2018, ove il Tribunale dei Minorenni confermava la sospensione della responsabilità genitoriale, nominava un tutore provvisorio e un curatore speciale per la minore e ne disponeva la collocazione presso una casa famiglia.

Da ultimo, con sentenza del 2019, il Tribunale per i Minorenni, disposta la consulenza tecnica d’ufficio, dichiarava lo stato di adottabilità della minore.

Avverso suddetta sentenza veniva proposto appello, che confermava il primo grado con sentenza del 2020.

Giunti innanzi alla Corte di Cassazione, la sezione semplice rimetteva la questione alle Sezioni Unite la quale ultima, previa risoluzione della questione pregiudiziale di giurisdizione in favore di quella italiana (i genitori della minore sono moldavi e la minore è nata in Italia), si sono pronunciate in ordine alla possibilità, nel caso di specie, di dichiarare lo stato di abbandono e, di conseguenza, quello di adottabilità, chiarendone i principi fondanti.

Con tale sentenza, la Corte di Cassazione ha ritenuto fondati i motivi di ricorso, in quanto la pronuncia impugnata ha basato la propria decisione su criptiche e circostanziali affermazioni della consulenza tecnica d’ufficio, ignorando l’analisi della capacità genitoriale di ciascuno dei due genitori separatamente considerati, basando l’inadeguatezza della madre su generiche affermazioni e non opportunamente argomentando la decisione.

In particolare, la Suprema Corte ha chiarito come l’adozione del minore debba qualificarsi come estrema ratio, in quanto recidente il legame con la famiglia di origine, e consentita unicamente in casi gravi e accertati di abbandono, morale e materiale, specificamente dimostrati nel caso concreto.

In argomento, le Sezioni Unite menzionano l’art. 7 della Carta del Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, che stabilisce che “ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare”, l’art. 8 CEDU, nonché i principi giurisprudenziali internazionali ed europei, i quali chiariscono che l’accertamento giudiziale della capacità genitoriale deve tendere a risultati quanto più possibile certi, nell’interesse superiore del minore a vivere nella famiglia di origine. Ancora, la Corte cita la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989, che pone l’accento sull’interesse di quest’ultimo, specificando che debba avere considerazione preminente.

In linea con tali statuizioni si colloca poi la giurisprudenza di legittimità la quale, ribadendo la dichiarazione di adottabilità quale estrema ratio, individua quale ipotesi alternativa l’adozione in casi particolari, più “mite” e idonea ad evitare che il legame con la famiglia d’origine venga definitivamente reciso.

Da ultimo, la sentenza menziona la Convenzione di Istanbul del 2011, che vincola gli stati firmatari all’impegno ad evitare la vittimizzazione secondaria, ossia il far rivivere la sofferenza subita dalla vittima di reato, la quale potrebbe essere scoraggiata dal denunciare le violenze subite per non incorrere nelle sofferenze processuali conseguenti.

Nel caso sottoposto all’attenzione della giurisprudenza di legittimità, la dichiarazione dello stato di adottabilità rientra nelle ipotesi di vittimizzazione secondaria, qualificandosi come conseguenza disincentivante la denuncia. Il Supremo Consesso chiarisce che la sentenza impugnata non ha valutato tale aspetto, qualificando il comportamento della madre della minore, consistente nel ritiro della denuncia sporta contro il padre autore delle condotte pregiudizievoli, quale indice della sua sudditanza nei confronti di quest’ultimo e indicativo della sua inadeguatezza genitoriale. Al contrario, rileva la Corte, i comportamenti della madre della minore non possono qualificarsi pregiudizievoli per la minore al punto tale da giustificare la dichiarazione di adottabilità, poiché scaturenti da forme di insicurezza e consistenti in comportamenti qualificati dalla consulenza come “infantili” e inadeguati, ma comunque non necessariamente irrecuperabili a seguito di un adeguato percorso di sostegno.

In conclusione, con la sentenza predetta il Supremo Consesso a Sezioni Unite afferma il seguente principio di diritto: “Il ricorso alla dichiarazione di adottabilità di un figlio minore, ai sensi della L. n. 184 del 1983, art. 15, è consentito solo in presenza di fatti gravi, indicativi, in modo certo, dello stato di abbandono, morale e materiale, a norma dell’art. 8 della stessa legge, che devono essere specificatamente dimostrati in concreto, e dei quali il giudice di merito deve dare conto nella decisione, senza possibilità di dare ingresso a giudizi sommari di incapacità genitoriale, seppure formulati da esperti in materia, non basati su ‘precisi elementi fattuali’; in forza della normativa espressa dall’art. 7 della Carta di Nizza, art. 8 della CEDU e art. 18 della Convenzione di Istanbul, e delle pronunce della Corte EDU in materia, una pronuncia di stato di abbandono di un minore, ai sensi della L. 184 del 1983, art. 8, non può essere in alcun caso fondata sullo stato di sudditanza e di assoggettamento fisico e psicologico in cui versi uno dei genitori, per effetto delle reiterate e gravi violenze subite dall’altro”.