COVID E ASSEGNO DI MANTENIMENTO: QUANDO È GIUSTIFICATA LA SUA RIDUZIONE?

I genitori hanno l’obbligo di mantenere i figli in proporzione alle proprie sostanze ed in relazione alla propria capacità di lavoro. Questo è il principio stabilito dalla legge ex art. 316-bis c.c.

Con la separazione dei coniugi, per il genitore non collocatario tale obbligo prende la forma di un assegno mensile da versare al coniuge e/o ai figli, il cui importo viene determinato da un provvedimento del Tribunale.

La legge prevede altresì che gli assegni di mantenimento possano variare nel tempo in funzione dei cambiamenti – soprattutto economici – che interessano la vita dei due ex-coniugi.

L’art. 156 c.c. prevede che, laddove sopravvengano giustificati motivi, il genitore obbligato possa adire il giudice per la revoca o la modifica dei provvedimenti relativi al mantenimento.

Nello specifico, la rideterminazione dell’assegno potrà essere valutata dal Tribunale a fronte di allegazioni del ricorrente che provino un’incolpevole, oggettiva e assoluta impossibilità, per motivi sopravvenuti, di adempiere in tutto o in parte all’obbligo di mantenimento posto a suo carico.

Sino ad oggi, la necessità di documentare l’effettiva contrazione del proprio reddito ai fini dell’instaurazione di un giudizio mal si addiceva alla situazione dei lavoratori non dipendenti, come autonomi e professionisti, costretti ad attendere la disponibilità della dichiarazione dei redditi prima di potersi rivolgere al Giudice con qualche speranza di successo.

È allora doveroso domandarsi se la crisi economico-sanitaria attuale possa rappresentare idonea giustificazione ai fini della riduzione del contributo al mantenimento, tenendo presente che l’importo dovuto dal genitore obbligato non può mai essere oggetto di autonoma riduzione, neppure se vi è il consenso dell’altro genitore.

L’attualità e l’urgenza di chiarimenti in tal senso ha, quindi, tempestivamente interessato la giurisprudenza.

Tra i provvedimenti più recenti, si evidenza l’ordinanza presidenziale del Tribunale di Terni del 16 luglio 2020.

Nel caso in esame, due coniugi, nell’ambito del giudizio di divorzio, avevano chiesto la rideterminazione dell’importo dell’assegno di mantenimento per i figli posto a carico del marito.

Nello specifico, la donna chiedeva di disporre l’aumento dell’assegno dovuto dall’ex-coniuge da €350,00 a €400,00, in virtù della necessità di far fronte a nuove esigenze della prole.

Il padre, per contro, opponendosi a tale richiesta, domandava la riduzione del suddetto assegno ad €150,00 in considerazione degli esborsi che era stato costretto a sostenere dopo la separazione: il canone di locazione di un nuovo appartamento, i recenti problemi di salute che lo avevano costretto a costose cure, nonché le difficoltà economiche determinate dalla pandemia in corso, che aveva ridotto drasticamente la sua attività lavorativa e le sue entrate.

Ebbene, il Presidente del Tribunale competente ha ritenuto provati dal resistente gli oneri sostenuti – e da sostenere – per il canone di locazione, oltre a quelli conseguenti all’intervento chirurgico subìto.

In seguito, rilevando che l’attività dell’uomo consisteva principalmente nella consulenza a piccole imprese (notoriamente colpite dalla crisi economica in atto), ha ritenuto che dovesse presumersi la contrazione dei redditi del libero professionista e, pertanto, ha accolto la domanda di riduzione dell’onere posto a carico del padre per il mantenimento dei figli, quantificandolo in €200,00.

Queste le ragioni della decisione del Tribunale, salva naturalmente la possibilità di procedere, anche con effetto retroattivo, ad una nuova determinazione in aumento dell’assegno medesimo a fronte di una ripresa dell’attività lavorativa e conseguente incremento dei redditi percepiti.

Dalla lettura delle predetta ordinanza, in ogni caso, si evince come il Tribunale abbia operato la propria valutazione considerando in concreto le posizioni economiche di ambo i genitori (la madre, infatti, dipendente presso una pubblica amministrazione, non è andata incontro alle stesse difficoltà del padre).

In conclusione, la crisi economica conseguente alla pandemia da Coronavirus non può di per sé rappresentare motivo sufficiente per domandare una riduzione di quanto dovuto a titolo di mantenimento. D’altro canto, tuttavia, deve certamente rappresentare un motivo di riflessione da valutarsi caso per caso.